I miti gli eroi e le leggende del passato

Eos la Dea dell'Aurora

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Scritto da Surya

Eos

 

Eos o Aurora, era la Dea che dischiudeva le porte al Giorno. Dopo aver attaccato il carro di suo fratello Elio, Febo o il Sole, “colui che è destinato a diffondere la luce nell'universo” lo precedeva con il suo.

 

...Lo Ministro maggior della natura,

che del valor del cielo il mondo imprenta,

e col suo lume il tempo ne misura...

Dante. Paradiso,c. X

 

Era figlia di Iperione e di Tea, secondo quanto ci viene raccontato da Esiodo nelle sue “Cosmogonie” e da Apollodoro.

Per altri era figlia di Titano e della Terra. I Greci la chiamarono Eos, che deriva da Eoo, Orientale. I Latini le attribuirono il nome di Aurora, “ Quasi Aurea, colei che ha il colore dell'oro”. Dapprima fu sposa di Astreo, dal quale ebbe i Venti:

Argeste, Zefiro, Borea e Noto. Da Perse o per altri Giove, ebbe gli Astri e Lucifero. La Dea dalle dita rosate, come è anche chiamata, per il colore rosa del cielo all'alba, ebbe molti uomini. Il primo di questi fu Titone, figlio di Laomedonte e fratello di Priamo re di Troia. Titone apparteneva alla stirpe di Dardano, stirpe privilegiata dal dono della bellezza,dono che condivideva con Ganimede e Anchise. Aurora se ne innamorò così perdutamente da chiedere per lui il dono dell'immortalità agli Dei, dimenticandosi però di chiedere anche il dono dell'eterna giovinezza. Così mentre Aurora era splendida più che mai, il suo amato Titone invecchiava inesorabilmente, finché del fiero principe troiano non rimase altro che un corpo devastato dagli anni e una voce stridula che si lamentava senza smettere mai, all'interno del palazzo dove Aurora l'aveva fatto rinchiudere affinché nessuno potesse vederlo, quando gli anni l'avevano reso imbelle. In altre versioni invece Titone è sempre un giovane prestante e vigoroso, nel cui letto tutte le mattine si leva Aurora, per aprire le porte del Giorno.

 

 

Inno a Venere

 

...E quel famoso garzoncel, che piacque

Alla rosata figlia del mattino,

Di non aggiunger l'ultima sera;

Un cenno lo sorrise il re Superno

E la brama di lei rimase intera.

Stolta! Che dell'etade incontr'al verne

Non le soccorse di affidarlo, e a lui

Pregare il fior di giovinezza eterno!

Mentre le gote di Titon dè sui

Primavera foria doni ridenti,

la bella etade che innamora altrui,

Ei con l'Aurora i di vivea contenti

Là della terra all'ultimo confine,

Ove dell'ocean son le sorgenti.

Ma quando poi su l'indorato crine

Parvero di vecchiezza i primi danni,

E il mento sparso di canute brine,

Al coniugal amor nacquero i vanni;

Lui di ambrosia però non si rimase

Di nudrire e vestir di ricchi panni.

Poiché le costui membra al tutto rase

Furono di vigor, dentro la soglia

lo rinserrò delle lucenti case.

Colà solo deserto in suon di doglia

dal petto anelo un fil di voce manda

Indifferente a inanimata spoglia...Omero

 

Più tardivo il mito in cui Titone fu trasformato in una cicala dalla voce stridula. Da Titone ebbe due figli Memnone ed Ematione La morte di Memnone, principe dell'Etiopia che accorse con il suo esercito in aiuto dei troiani durante il X anno di guerra e che fu ucciso da Achille, le causò un dolore così grande, che le sue lacrime di madre affranta si trasformarono nella rugiada del mattino. Amenofi III, volle dedicargli una statua nella città di Tebe, quella stessa statua che si credeva investita dai primi raggi del sole nascente, ossia quando sua madre ...l'Aurora s'imbiancava al balzo d'oriente ... Dante Purgatorio. c.IX. Con lo stesso trasporto, si innamorò anche di Cefalo.

Nicolas Poussin Aurora e Cefalo

Cefalo figlio di Deioneo, sposo felice di Procri. Uniti dall'amore e dalla passione per la caccia, i due giovani si erano promessi reciproca fedeltà. Recatosi a caccia di buon mattino, Cefalo fu notato da Aurora che gli propose di giacere con lei. Cefalo pur sedotto dal fascino di Aurora, rifiutò, aveva promesso alla sua Procri di esserle sempre fedele e intendeva mantenere la promessa fatta. Allora Aurora disse: non voglio che tu infranga la tua promessa se prima non l'avrà infranta lei. Detto questo lo trasformò in un giovane straniero pieno di doni da portare all'ignara Procri per tentare di sedurla. Sotto le spoglie del giovane attico Pteleone si presentò a Procri e le cinse la fronte con un ricco frontale d'oro finemente cesellato. Affascinata dal bellissimo giovane e dagli splendidi regali che costui le aveva offerto, Procri cedette alle lusinghe e si lasciò sedurre. Quando nel letto, Cefalo si lasciò riconoscere, Procri umiliata e piena di vergogna,comprese di essere stata ingannata da Aurora e allora fuggì via per recarsi a Creta dove Artemide stava cacciando. Procri si unì alle cacciatrici, ma Artemide la cacciò via perché con lei cacciavano solo le vergini. Procri affranta le raccontò dell'inganno di Aurora, allora Artemide impietosita le regalò una lancia che colpiva qualsiasi bersaglio e un cane Lailape a cui nessun animale poteva sfuggire, invitandola a sfidare Cefalo nella caccia. Per altri autori, la lancia e il cane furono un dono di Minosse miracolosamente guarito da Procri da un maleficio fattogli da sua moglie Pasifae affinché nessuna donna potesse giacere con lui; nel momento dell'amplesso, dal suo corpo scaturivano ogni sorta di animali repellenti, scorpioni, serpenti e millepiedi. Si tagliò i capelli e sotto le sembianze di un giovanetto, così come era stata consigliata da Artemide, si recò da Cefalo per sfidarlo nella caccia. Complice la lancia infallibile e il cane Lailape, il giovanetto vinse. Cefalo affascinato dalla lancia e dal cane gli chiese di scambiarli con tutte le ricchezze e metà del suo regno. Il giovane dapprima rifiutò ma poi acconsentì solo ad una condizione: avrebbe avuto la lancia e il cane solo se lui gli si fosse concesso, così come fanno i giovinetti. Cefalo fremente dal desiderio di possedere il cane e la lancia acconsentì. Solo in quel momento Procri si lasciò riconoscere e gli concesse il suo perdono. Sul fare del giorno, quando Cefalo si recò a caccia con i doni di Procri, gelosa di Aurora lei lo seguì per spiare le sue mosse. Nascosta in un cespuglio, vide Cefalo fermarsi per riposare, quando sentì un'invocazione: Aura vieni! Aura vieni! Era questo il nome del vento che Cefalo stava invocando per avere un momento di refrigerio dopo la battuta di caccia. La gelosissima Procri, credendo di udire il nome di Aurora uscì improvvisamente dal cespuglio,Cefalo scambiandola per una bestia selvatica le scagliò contro la lancia infallibile uccidendola. Cefalo sopraffatto dal dolore si uccise con la stessa lancia e insieme a Procri ascesero al Cielo dove furono trasformati nella stella che precede il mattino.

Piero di Cosimo Morte di Procri

Per altri, Aurora lo rapì e lo portò con se in cielo per farne il suo sposo; dalla loro unione nacque Fetonte. Omero e Apollodoro ci raccontano ancora di un rapimento, quello di Orione. Aurora si invaghì di lui, e lo portò con sé nell'isola di Delo, dove ebbe il dolore di vederlo uccidere assieme al suo fedele cane Sirio da una freccia lanciata dalla gelosissima Artemide, secondo altri fu ucciso da uno scorpione. Tutti e tre furono poi trasformati da Giove in costellazioni. Quello che rende interessante la storia di Aurora è comunque la descrizione fatta dai poeti: Omero la raffigura con un gran velo sulla testa rivolto all'indietro, come un volersi lasciare alle spalle l'oscurità della notte che davanti a lei si dissipa, mentre con le sue dita color di rosa apre le porte dell'Oriente, versando la lacrime di rugiada per far nascere i fiori. Teocrito la rappresenta sopra un carro trainato da due cavalli bianchi, mentre per Ovidio e Virgilio i cavalli sono color di rosa.

 

E quale, annunciatrice degli albori,

L'aura di maggio muovesi, ed olezza,

Tutta impregnata dall'erba e da fiori...

Dante, Purgatorio, cap.XXIV

 

Viene rappresentata vestita in vestimenti gialli, con una fiaccola nelle mani, mentre esce da un palazzo dorato e ascende sopra un una carrozza dorata o del colore del fuoco. Viene spesso raffigurata anche con e ali e una stella sulla testa, oppure come una giovane ninfa, coronata di fiori che conduce un carro trainato da Pegaso il cavallo alato. Con una mano sparge petali di rose, quegli stessi fiori ornamento della Terra che vivono della rorida rugiada stillata dagli occhi di Aurora in liquide perle. Ma da questa storia oltre che la poesia, ha attinto a piene mani anche la pittura. Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, nel suo celebre affresco a Palazzo Ludovisi, ha rappresentato Aurora sopra un carro trainato da due destrieri che sembrano spuntare all'orizzonte, un amorino si accinge a porle sul capo una corona di fiori, mentre alle sue spalle un altro amorino sparge fiori da un canestro.

Aurora Guercino

Da parte è raffigurato un vecchio, disteso nel letto, una mano che cerca di alzare le coltri, quasi per voler cercare la sua sposa che lo lascia. Ancora più sotto c'è una donna che fugge, potrebbe rappresentare la Notte che se ne va via, mentre in alto ci sono tre fanciulle che annunciano l'Aurora versando rugiada da un'urna l'una, le altre hanno una stella sul capo. Guido Reni, nel suo affresco di palazzo Rospigliosi, ha rappresentato Elio che esce dalla porta dell'Oriente sopra un carro dorato condotto da quattro veloci destrieri, festose gli danzano attorno le Ore, mentre Aurora va spargendo i fiori.

Aurora e Elio Guido Reni

E' rimasta celebre la lettera di suggerimenti scritta da Annibale Caro segretario di Pier Luigi Farnese al pittore Taddeo Zuccheri che si accingeva a dipingere la volta di palazzo di Caprarola della famiglia Farnese. Descrive così l'Aurora ... Facciasi dunque una fanciulla di quella bellezza che i poeti s'ingegnino ad esprimere con le parole, componendola di rose, d'oro, di porpora, di rugiada, di simili vaghezze, e questo quanto ai colori e alla carnagione. Quanto all'abito, componendonsi ha da considerare che ella, come ha tre colori distinti, così come ha tre nomi, alba, vermiglia e rancia. Per questo le farei una veste fino alla cintura, candida, sottile trasparente. Dalla cintura fino alle ginocchia, una sopravveste di scarlatto con certi trinci e groppi ad imitare quei suoi riverberi nelle nuvole, quando è vermiglia. Dalle ginocchia in giù fino ai piedi, di color d'oro, per rappresentarla quando è rancia. E così la veste, come la sopravveste siano scosse dal vento e facciano pieghe svolazzanti. Le braccia vogliono essere ignude, e di carnagione pur di rose. Negli omeri le si facciano l'ali di vari colori; in testa una corona di rose; nelle mani le si ponga una lampada o una facella accesa, ovvero le si mandi un Amore che porti una face, e un altro poi che svegli Titone. Sia posta a sedere in una sedia indorata sopra un carro simile tirato o da un Pegaso alato, o da due cavali, che nell'uno modo o nell'altro si dipinge. I color dei cavalli siano, dell'uno splendente bianco dell'altro splendente in rosso, per denotarli secondo il nome che Omero da loro di Lampo e di Fetonte. Facciasi sorgere da una marina tranquilla, che mostri d'essere crespa, luminosa e brillante..... Vasari, vita di Taddeo Zuccheri

Copyright 2011 Eos la Dea dell'Aurora. Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Unported.
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