I Classici della Letteratura Antica

Introduzione al Manava Dahrma Sastra

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Scritto da Francesco

Ma egli non si moltiplicava ancora. Allora creò una forma ancora più perfetta e più alta di se medesimo, il Diritto. Il Diritto è ciò per cui son principi i principi; non vi è nulla di superiore al Diritto, cosicché anche il più debole spera di tenere a freno il più forte con l'aiuto del Diritto, come con l'aiuto di un re. Il Diritto è la stessa verità perciò di uno che dice il vero, si dice che parla il giusto e di uno che parla il giusto si dice che dice il vero. Così le due cose sono in realtà una cosa sola.

Upanishad; IV Brahmana, st.14


Cenni storici

 

La nascita della civiltà indiana, intesa come gruppo sociale, nel quale l'interesse della collettività ha prevalso su quello del singolo, come già avvenuta per la civilizzazione cinese, è nata dal passaggio della civiltà nomade a quella stanziale e nel cambio delle loro sedi.

Gli Indiani nel primo periodo della loro storia, abitavano insieme alle genti Ariche; il secondo periodo è caratterizzato dall'occupazione iniziata dall'Ovest della zona dell'Indo e dei Cinque Fiumi (Punjab), così chiamati dopo il prosciugamento del fiume Saraswati e dopo che lo Yamunà cambiò il suo corso; il terzo ciclo della loro storia li vede estendere la loro influenza nella valle del Gange ad Est e fino alle pendici occidentali del Viadthja a Sud, dove attorno al 600 a.C. fiorì un vasto regno indiano. Sempre in questo periodo, assistiamo ad un massiccio spostamento degli Indii verso le valli del Dekan e del loro insediamento nell'isola di Ceylon (Sri lanka) attorno al 340 a.C. che ben presto si trasformò nella sede principale del Buddhismo espulso dall'India.

Quest'epoca coincide con le antiche lotte dei popoli appartenenti non alla razza degli Arya ma a quella dei Chandala del Gange, e dei Negri Sudra dell'Indo e con i Gandas del monte Viadkjai.

Del primo periodo non sono rimaste che poche tracce presenti nei più antichi scritti vedici, ma è da notare che nel Rig-Veda ci sono elementi di religiosità comuni ai popoli Zend, ai Greci e alle popolazioni di stirpe Germanica, il che lascia presupporre una più intima commistione prima della loro separazione. E' in questo periodo di comuni credenze religiose, che la divinità è vista come un qualcosa che ha il potere di influenzare la natura, ma questa non è ancora distinta né con essa identificata.

Nel secondo periodo in cui il popolo Indiano prese stabile dimora nel territorio dei cinque fiumi, furono compilati i più vecchi inni e canti dei Rig-Veda. Le divinità vengono venerate, azzardando un parallelismo con il concetto persiano di ente luminoso,nelle sue più grandi manifestazioni della luce: il fuoco, con la venerazione del dio Agni, il tuono e il lampo con la venerazione di Indra e la luce del sole con l'adorazione del Dio del sole Surya. Il sistema delle caste non è ancora ben delineato, la popolazione è divisa in piccole stirpi dedite all'agricoltura e all'allevamento del bestiame, in perenne lotta tra loro, anche a causa dei numerosi furti di bestiame. Il matrimonio è regolato secondo i principi della monogamia; la donna in seno alla famiglia gode di rispetto e partecipa ai riti religiosi. Non esiste ancora la classe sacerdotale, ma sono le famiglie stesse che si tramandano sotto forma di tradizioni familiari i canti dedicati alle Divinità. Da queste famiglie probabilmente ha avuto origine la classe sacerdotale. In capo ad ogni comunità è posto un re, il quale ricopre la duplice funzione di sacerdote comune per i sacrifici collettivi e signore della sua gente. E' già presente il credo dell'immortalità dell'anima ma non è ancora delineata la credenza della trasmigrazione dell'anima che è da attribuire alla dottrina Brahmanica, dottrina che tuttavia ha la sua sorgente non nell'uomo, ma nella casta, non è la religione di Confucio. Zoroastro, Maometto, ma é la religione dei Brahmani.

Ciascun padre di famiglia è sacerdote nella sua casa, accende il fuoco sacro e officia le cerimonie domestiche, omaggiando con lodi e preghiere gli Dei. Soltanto per i sacrifici maggiori e per le feste celebrate dai re vengono designati appositi sacerdoti che si distinguono per la vasta conoscenza dei riti. Rimarchevole è la posizione della donna che è considerata pari all'uomo (Sahadharmini), di quell'epoca sono state trovate tracce di poetesse e regine. Nell'amore coniugale l'elemento tenerezza è poco espresso, mentre il matrimonio è sacro, uomo e donna sono entrambi padroni di casa (Dampati) e porgono agli Dei offerte e preghiere comuni. Nella civiltà dell'Indo è ignoto l' elemento gratitudine nei confronti delle Divinità, che si configura piuttosto come un “do ut des “.

Nel terzo periodo della loro storia, gli Indiani si diffusero nella parte superiore dell'Indostan e nella parte media e superiore del Gange. Non sono ben chiari i motivi che li spinsero a propagarsi verso queste terre, si ipotizza un'importante incremento demografico unito ad un mutamento sfavorevole delle condizioni climatiche. Ma queste terre non furono comunque terre di conquista, infatti la propagazione avvenne molto lentamente, le uniche guerre furono quelle con le popolazioni selvagge. Le lotte incessanti avvennero molto tempo dopo, tra le popolazioni che ormai si erano insediate stabilmente su quelle terre e le orde successive. Da queste lotte l'ordinamento precedente fu sovvertito, le vecchie istituzioni furono modificate alla base con un ordinamento di ordine metafisico, religioso e sociale, che concentrò il potere nella nobiltà guerriera e nel ceto sacerdotale. Il resto della popolazione iniziò a praticare l'agricoltura, l'artigianato e il commercio. Questa nuova condizione si trasformò anche in un sistema che delineava la nuova situazione dei vecchi abitanti dalla pelle scura nei confronti dei nuovi signori. Questo sistema, destinato ad evolvere verso il sistema delle caste, venne sancito ufficialmente da note, aggiunte e riforme fatte dai Brahmani sui Veda che erano stati scritti nel periodo precedente.

La quarta epoca della storia dell'Indo coincide con l'avvento del Buddhismo. Questa religione predicava la salvezza dello spirito dalla serie ininterrotta di cicli di nascita e destini ineluttabili per condurli alla beatitudine finale del Nirvana, raggiungibile solo con la pratica delle sei virtù:

carità

rettitudine morale

pazienza

conoscenza

dominio dei sensi

amore incondizionato verso il prossimo.

 

Questa nuova forma di religiosità non godette del favore degli Indii, le discussioni teoriche degeneravano in contrasti accesi e in lotte armate che portarono ad una serie di violente persecuzioni cominciate nel IV sec.a.C. Da parte di Pusyamitra. Queste lotte sanguinose, videro la messa al bando del Buddhismo, che finì per diffondersi nella vecchia sede del Punjab dove la stratificazione sociale delle caste non aveva mai attecchito veramente.

Il trattato di Allahabab che nel 1765, sancì ufficialmente la conquista inglese dei primi territori in terra indiana. Warren Hastings, il governatore generale, diede l'incarico a 11 Brahmani di compilare un riassunto dei più importanti codici di Diritto indiano necessario agli inglesi per l'amministrazione giudiziaria degli indiani, mantenendo il rispetto delle loro leggi. Nel 1776, uscì tradotto prima in persiano e da questo in inglese il libro noto come Code of Gentoo Law, una raccolta compilativa di leggi all'interno delle quiali trovava posto anche la parte giuridica del Manava Dahrma Sastra..

 

Il Manava Dahrma Sastra alla luce del Diritto

 

Una comunità può essere immaginata come un tipo di organizzazione sociale, all'interno della quale i suoi membri si uniscono per perseguire obbiettivi comuni. Il vincolo che unisce i vari membri tra loro, può essere un vincolo naturale, come ad esempio il legame di sangue, un interesse comune o un vincolo spontaneo. All'interesse del singolo prevale l'interesse dell'intera comunità. Fu Marx a definire la comunità primitiva come la forma più comune dell'organizzazione sociale, dapprima nomade e pastorale divenne una società stanziale quando comincio a svilupparsi l'agricoltura. La divisione del lavoro in seno alla comunità era molto limitata, quasi inesistente, l'obbiettivo principale era la difesa dalle aggressioni esterne, dalle fiere e dalle altre tribù e la sussistenza della collettività umana. Comunque il punto fermo, sin dalle epoche più primitive dell'esistenza di questi gruppi sociali, famiglie, clan, gilde, tribù, era quello dello stabilire una forma comune di agire, quello che noi chiamiamo oggi diritto o vincolo normativo, vincolo che rimase comunque per molto tempo legato allo stabilirsi del vincolo primario strettamente connaturato al lavoro. Una volta costituita il gruppo sociale a partire dalle prime forme di società primitive, per poter continuare ad esistere, e ad agire debbono ciascuno riconoscere un sistema di regole per poter agire, queste regole costituiscono il diritto. Diritto che nell'induismo viene chiamato Dahrma, il Dahrma è la legge che contribuisce a mantenere ordinata la società, sono le regole poste a fondamento delle relazioni e della convivenza tra gli esseri umani. È tutto ciò che sostiene l'Universo contribuendo a mantenerlo unito in una maniera ordinata. Dahrma deriva dalla radice sanscrita dhr che significa mantenere sostenere, ed è uno dei costituenti del Purushatra, le quattro vie che l'uomo deve percorrere per raggiungere la liberazione finale o Moksa, cioè lo stato in cui l'anima esce dal ciclo di reincarnazione per raggiungere finalmente lo stato di felicità. Queste quattro vie, costituenti la Purushatra sono il Dahrma, Artha, Kama e Moksa; ma per giungere alla meta finale, percorrendo le vie dell'Artha ovvero la strada del legittimo sostentamento necessario alla vita e quella del Kama, la strada che si deve intraprendere affinché regni una buona armonia nella vita familiare, affettiva e sessuale, bisogna sempre seguire il Dahrma senza fini egoistici e offrendo a Dio il frutto delle proprie azioni, che implica il rispetto incondizionato di tutte le norme morali. Distinguiamo due tipi di Dahrma, il Sadharanadharma e lo Svadharma. Il primo è il Dahrma comune o universale e raggruppa l'insieme dei doveri e delle regole di condotta che devono essere seguite da tutti gli uomini come ad esempio non rubare,non uccidere, rispettare il dovere della continenza, istruirsi nella conoscenza dei testi sacri e altre ancora. Il secondo, Svadharma è l'insieme delle regole di condotta soprattutto morali, a caratteristica individuale, indirizzate e dirette a ciascuna delle classi sociali di appartenenza e a ciascuna delle tappe della vita che l'uomo si trova a percorrere, l' Ashrama. Questo Dahrma individuale in funzione della casta e dell'Ashrama è il Varnaashrama Dahrma.

 

Le fonti del Dahrma sono:

Le scritture rivelate, la Shruti

La condotta degli uomini virtuosi, versati nella conoscenza delle sacre scritture

La coscienza individuale

 

La scritture delle tradizioni, Smrti, sono quelle poste a fondamento del Dahrma Sastra. Nonostante il tema del Dahrma interessa ciascuna delle quattro classi sociali, è diretta principalmente alla casta dei Brahmani.

Infatti gli scritti giuridici sono indirizzati a costoro, agli appartenenti alla classe più elevata i soli detentori delle tradizioni sacre, tradizioni che mirano alla salvaguardia dei rituali e soprattutto della purezza. Affinché un Brahmano si mantenga puro, deve osservare determinate norme, specialmente quelle che riguardano l'interazione con gli individui delle classi inferiori,relazioni che trovano notevoli restrizioni. All'interno dei Dahrma Sastra particolarmente importante è il Codice delle Leggi di Manu, uno dei corpi dottrinari più antichi, che la tradizione vuole sia stato rivelato direttamente da Brahma, il Dio supremo all'interno del codice, lo stesso Dio dei primi tempi vedici. Sotto forma di tradizione orale, sembra risalire nel periodo compreso tra il secondo e il terzo secolo a.C., e trascritto attorno al primo o secondo secolo d.C.

Il codice Manu in passato è stato considerato come il più grande capolavoro nel campo del diritto, assieme allo Smarata-Sutra. Il vero titolo del libro che noi chiamiamo “ Leggi di Manu o Codice di Manu “ è Manava-Dahrma-Sastra che tradotto significa “Compendio delle Leggi di Manu “. E' una sorta di credo Brahmanico attraverso il quale i Brahmani vollero fissare i punti principali della loro dottrina. E' una raccolta di leggi codificate, che tramandate prima da trascrizioni orali, nel corso dei suoi molteplici rimaneggiamenti venne ad essere codificato così come lo conosciamo noi attorno al 200 d.C. insieme al Mahabarahata e al Ramayana sono le tre opere monumentali erette dai Brahmani per celebrare il loro trionfo. E' un opera la cui caratteristica saliente è l'unicità; è l'unica opera conosciuta che mette in relazione e codifica un intero ciclo di vita. Si tratta infatti di un codice sui generis, infatti non si limita solo ad un lungo elenco di norme destinate a regolare la condotta dell'uomo che vive in un contesto sociale ben definito e noto, finalizzate a regolare con norme sanzionatorie qualsiasi violazione alle regole codificate, ma un sistema di norme che redatto sotto forma di codice disciplina passo passo l'esistenza umana. All'interno sono racchiuse norme comportamentali di valore etico, religioso, morale e giuridico. La violazione di queste norme implica come necessario contrappunto un castigo, a volte di ordine religioso o morale, a volte giuridico e sociale. Non é solo un lungo elenco di norme comportamentali, ma è un sistema piuttosto eterogeneo che aggrega concetti di cosmogonia, precetti religiosi, norme comportamentali riguardo istituzioni ritenute sacre, come ad esempio la famiglia, i figli, l'ordine delle caste, la schiavitù, gli insegnamenti sacri, le proibizioni rituali, il periodo di noviziato, ma anche concetti di metafisica, concetti di ordine etico e morale e altro ancora. Questi concetti peraltro comuni a tutto l'antico diritto orientale, sono l'espressione di una omogeneità di pensiero che fonde la religione con il diritto, l'uomo con Dio, sintesi della vita stessa, tutto è sacro. L'umanità vive del principio eterno delle cose e che nello scorrere del tempo non vede che lo sviluppo dell'infinito. Uomini e cose non sono altro che manifestazioni delle Divinità; nell'ordinamento sociale tutto è proiettato verso l'idea della vita come causa universale da abbracciare senza riserve. L'uomo è fuso nella famiglia, la famiglia nella casta, la casta nello Stato, lo Stato nel mondo, il mondo nella religione. In questa grandiosa opera di unificazione nulla brilla di una luce propria, ma è vivificata dallo spirito Divino che da corpo all'universo Aspramente criticato dagli inglesi delle colonie, per i quali fu oggetto di derisione a causa del carattere coercitivo delle norme, fu anche un'arma di cui essi si servirono per sottostimare e sottovalutare il Corpus Dottrinae degli Indiani; per i marxisti invece le critiche mosse verso il Codice Manu erano dovute al fatto che in esso vedevano un'aperta minaccia al campo d'azione della libertà individuale e la negazione dei diritti dell'uomo, ostacolo al progresso economico di milioni di persone. L'avversione del marxismo verso questo codice si estrinsecò nel mettere al rogo il codice sulle pubbliche piazze. Nel corso dei secoli il codice subì comunque moltissime modifiche, molte in senso peggiorativo, contribuendo ad incrementare le caratteristiche di tirannia e di oppressione, come l'usanza della pira funebre su cui doveva immolarsi la vedova, usanza rimasta in uso nelle campagne fino alla fine dell'ottocento, nonostante questa pratica fosse stata dichiarata illegale dagli inglesi. Gli Indiani stessi comunque non lo hanno mai considerato davvero il testo simbolo della loro religiosità. Contrariamente al pensare comune non costituisce “ il codice degli Indù “, ma tra tutti i testi è quello che affronta e tocca tutti i temi nel campo del diritto. Tutti coloro che si avvicinano per la prima volta al “ Codice di Manu “ restano perplessi di fronte alla grande varietà di prescrizioni che sembrano completamente aliene alla sfera del diritto.

Dal Codice Manu in poi, il diritto indiano cambiò; G.Jones nella sua traduzione inglese, affermava che il Codice fu di qualche utilità soltanto per le prime tre ere del mondo; attualmente viviamo nell'era del Kali Yuga, era dominata dalla perdita dei più alti valori morali e spirituali, l'ordine codificato dalle leggi di Manu viene ad essere mitigato a favore di regole di condotta meno rigide.

Principio cardine delle leggi di Manu è il sistema delle caste o Varna. Sistema riconducibile a divisioni funzionali e rituali, peraltro comuni in molte stirpe indoeuropee soprattutto nelle tradizioni degli antichi Celti e delle popolazioni Germaniche. Come visto in precedenza l'origine delle caste è da ricercare nella necessità di tenere distinti i ruoli dei dominatori da quello dei dominati, come sembra indicare la parola di origine portoghese che significa colore, indubbiamente legata al concetto razziale della diversità di pigmentazione della pelle delle genti di origine indoeuropea e quelli dalla pelle scura, autoctoni.

La casta é un sistema di stratificazione sociale (in aperto contrasto con i valori su cui poggia la società moderna basata sui principi di uguaglianza e libertà), formato da gruppi ereditari permanenti, distinti, individuabili da tre caratteri salienti:

 

Gerarchizzazione, che divide e ordina i gruppi sociali relazionati gli uni con gli altri in inferiori e superiori.

 

Rigida suddivisione del lavoro.

 

Separazione in materia di matrimonio, filiazione, rapporti diretti o indiretti (preparazione e consumo del cibo).

 

La parola casta, già da una prima lettura, sembra voler rimarcare l'idea di una specializzazione ereditaria, il figlio di un commerciante sarà necessariamente commerciante, così il figlio di un guerriero non potrà essere che un guerriero, non contano i desideri o le attitudini per svolgere un mestiere o una professione, ma le regole sono dettate solo ed esclusivamente dai rapporti di filiazione.

Nonostante le basi su cui poggia siano di ordine metafisico e religioso, riconosce il re come capo del popolo, anche se l'appartenenza è quella della seconda classe, quella degli Kchatrya o classe militare.

L'appartenenza alla classe militare, individua inequivocabilmente quali sono i tre doveri del re:

non indietreggiare dinanzi ad una battaglia, anche a costo di sacrificare la propria vita

 

proteggere i sudditi

 

essere al servizio della classe superiore

 

Al re spettava il compito di esercitare la giustizia, ma anche in questo caso il compito precipuo di amministratore della giustizia doveva trovare il suo necessario limite nelle regole delle caste. Il re è il vero signore dello Stato. A lui, riguardo la condotta sociale e l'osservanza delle norme sono assoggettati anche gli appartenenti alla casta dei Brahmani. La logica vuole che la superiorità della casta dei Brahmani sul re sia una supposta natura morale e religiosa. La superiorità della casta predominante, quella dei Brahmani è da cercare nell'ordinata influenza sulla morale e sulla religione, il cui punto di equilibrio è il sistema punitivo, non necessariamente fisico, ma minaccia di pene infernali, tormenti e rinascite sotto forma di vite inferiori. Solo individuando una netta separazione dell'ordine sacerdotale e del potere temporale del re sui suoi sudditi, si può identificare come punto di equilibrio, un sistema di ripartizione dei poteri di un ordinamento così costituito e soprattutto si può comprendere il perché abbia potuto avere una così lunga vita. In definitiva lo Stato che viene a delinearsi non è uno stato sacerdotale ma è basato su un'equilibrata divisione dei poteri tra la casta dei Brahmani e il potere sociale come forma di cooperazione necessaria tra poteri. Il primo dovere del re è quello di farsi garante dell'ordine sociale e di assicurare la giustizia. Giustizia che tuttavia non conserva il suo carattere di univocità ma si frammenta nel sistema delle caste, dove la personalità giuridica, il matrimonio, la trasmissione dei diritti ereditari, il possesso e le pene da applicare in caso di violazioni dell'ordine costituito avrà contrappesi diversi a seconda delle caste.

Sistema che si manifesterà in tutta la sua disparità, nel momento dell'acquisizione della personalità giuridica, del matrimonio, del diritto di successione, nel possesso e soprattutto sarà diverso quando si scivola nel campo del penale. Tutto quanto detto implica una contrapposizione essenziale tra i nati due volte, cioè i Dvidja, i componenti delle prime tre classi, coloro che hanno ricevuto l'investitura del cordone sacro, e la casta dei Sudra, la quarta. Il matrimonio, come istituzione è ordinato a poligamia, anche se alcuni passi ci inducono a credere su un primitivo ordinamento a monogamia ”... solamente è perfetto l'uomo che abbraccia tre persone, sua moglie, lui stesso e suo figlio...” Tuttavia il matrimonio ordinato a poligamia è consentito solo nel rispetto di alcuni limiti ben precisi, il primo è che l'uomo non può liberamente scegliere la sua sposa , ma la sua prima moglie deve essere scelta in seno ad una famiglia appartenente alla stessa classe, e solo le altre possono essere di caste inferiori; di conseguenza un uomo appartenente alla casta dei Sudra può contrarre un solo matrimonio e solo con una donna della casta dei Sudra. I figli nati da un matrimonio che non rispetti la rigida formazione dell'appartenenza alla stessa classe sono considerati Chandala. Fine del matrimonio non è solo in se stesso, ma è finalizzato alla procreazione di un figlio che possa continuare la naturale discendenza e cosa ancora più importante, consumare il rito del sacrificio dei defunti, tramite il quale il morto potrò elevarsi ad un cielo superiore oppure essere liberato dalle pene infernali. L'uso estesissimo dei sacrifici per i defunti condusse all'uso di consentire alla propria moglie da cui non si aveva avuto prole di giacere con il proprio fratello o con un Sapinda, proprio per assicurarsi la tanto auspicata discendenza. Il matrimoni può effettuarsi in otto forme la cui eccessiva molteplicità è giustificata dalla regola delle caste, ciascuno di essi aveva comunque una propria validità giuridica, nonostante alcune forme erano comunque osteggiate dalla morale e dalla religione. L'uomo deve comunque mantenere nei confronti della donna un atteggiamento improntato al decoro e al rispetto, anche se con il passare del tempo questo atteggiamento dell'uomo andò comunque affievolendosi ”..dove le donne sono onorate, gli Dei trovano la loro compiacenza; dove non lo sono tutte le opere pie sono inefficaci... dove l'uomo si compiace con la donna a quest'uomo è assicurata la felicità' ..” E' rimarchevole il fatto che nonostante i limiti imposti dal matrimonio la donna conserva comunque un margine di indipendenza. Indipendenza che trova dei limiti nella tutela paterna a cui deve sottostare prima del matrimonio, nella tutela del marito da sposata e da vedove nella tutela del figlio o in sua mancanza di un fratello o di un altro Sapinda. Tutti i loro eventuali guadagni diventano proprietà del capo famiglia, ma ad esse è consentito avere anche dei beni separati. Ad ambo le parti è concesso il divorzio, quando ricorrono motivi ben precisi e ampiamente codificati, ma in certi casi il divorzio è concesso con un risarcimento pecuniario. Il diritto ereditario trova anch'esso il suo fondamento nel sacrificio dei defunti che come già osservato è uno degli scopi del matrimonio. Le leggi dell'ereditarietà tendono a serbare unito il patrimonio di famiglia. Diritto che in alcuni casi può essere attenuato, infatti è facoltà del padre di dividere i beni acquisiti, ma solo nell'ambito dei chiamati a succedere. In caso di morte del capofamiglia e in assenza di qualsiasi manifestazione di volontà diretta ad una divisione dei beni, il patrimonio di famiglia resta indiviso finché è viva la madre, il figlio maggiore subentra al posto del padre e tiene la madre sotto la sua protezione. Alla morte della madre può dividere l'eredità paterna con i fratelli oppure lasciare il patrimonio indiviso, prendendo però i fratelli sotto la propria tutela. In caso i fratelli decidano di onorare ciascuno separatamente la memoria del defunto padre, con i doveri religiosi, questi ultimi possono pretendere la divisione dei beni. Sono incapaci di ereditare i nati ciechi e sordi, gli eunuchi, coloro che sono affetti da demenza o da squilibri mentali, conservano il diritto agli alimenti e al vestiario, mentre i loro figli non incapaci possono ereditare. Per quanto riguarda il diritto sulle cose si può acquistare la proprietà anche senza il limite delle caste. I modi di acquisto della proprietà possono essere generale, come l'acquisto per eredità, la caccia, divisione e ritrovamento della res nullius, in parte speciali ed appannaggio delle caste, le elemosine e le donazioni per i Bramini, il bottino di guerra Kchatrya i proventi dell'agricoltura, del commercio e dell'industria per i Vasya e i Sudra. Il diritto di proprietà si estingue in dieci anni qualora questo diritto cessi di essere utilizzato. Il diritto sugli obblighi non è molto accentuato, tuttavia esistono alcune disposizioni sui contratti. I contratti sono nulli se stipulati da un mentecatto, un bambino, un ubriaco o se estorti con la violenza o l'inganno. In caso di un prestito è consentito la maturazione degli interessi che vanno dal 2,3,4, 5, per cento a seconda delle caste, è vietato l'anatoicismo e il totale degli interessi non deve superare la somma pressa a prestito. Il campo del diritto penale è molto ampio e comprende le offese arrecate all'onore, alla proprietà all'integrità del corpo e della vita; le pene sono di carattere pecuniario, d'onore e di privazione della libertà. In molte delle pene c'è il principio della riparazione, in altre quello dell'indennizzo, ma un Brahmano non può essere sottoposto a punizioni corporali o condannato alla pena di morte, ma può solo essere allontanato dal territorio. E' consentita la legittima difesa che in molti casi può arrivare anche all'uccisione di un Brahmano se si dimostra che non era possibile salvarsi diversamente. Le prove erano ammesse per testimoni, raramente per giuramento e nei casi dubbi si procedeva al giudizio divino, l'ordalia. Il tratto saliente che la legislazione di Manu esercita sulla complessa realtà della società indiana è l'intima miscellanea delle norme legislative destinate alla regolamentazione della vita sociale con le norme di condotta morali e spirituale, destinate ad accompagnare l'indiano verso un mondo ultraterreno e a regolare i rapporti con l'aldilà. Di conseguenza l'elemento divino non interferisce con l'ordine precostituito e le istituzioni fondamentali che disciplinano la vita di relazione, come ad esempio il matrimonio, ma piuttosto getta le basi per un'intima unione dell'uomo, del suo ambiente e della sua religiosità.

 

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